RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton
RomanButton

STRADE DELLA ROMA PAPALE

Piazza Trevi (R. II - Trevi) (vi convergono: via della Stamperia, via del Lavatore, via di San Vincenzo, via delle Muratte, confina con Piazza dei Crociferi)

"Varie interpretazioni sul vocabolo Trevi hanno dato gli archeologi:
Primieramente il Martinelli lo fa derivare corrottamente da Iuturna la sorella di Turno, la quale aveva qui il suo tempio come leggiamo in Ovidio: " Te quoque lux eadem Turni soror aede recepit. Hic, ubi Virginea campus obitur aqua”.
Da Iuturna vuolsi che ne derivasse "lotreglio", in appresso "treio" e finalmente "trevi" (anche da “Trebium” la località Tiburtina di provenienza).
Secondo il parere forse più probabile di Panciroli, la parola "trevi" fu sostituita dal volgo per corruzione a quella di “trivio” dalle tre vie maestre che fanno capo in questa piazza. Altre poi vorrebbero derivare il vocabolo "trivio", che significa tre vie, perché dall'antica fonte sgorgavano le acque da tre bocche..."
(Rufini - 1847).

Altra presunta derivazione, è quella che la parola "trivio" provenga  dalle vie Collatina, Prenestina e Tiburtina dove origina l’acqua.
Infatti l’acqua Vergine, entra dalla Porta Tiburtina e nasce nell’esteso Agro Luculliano, all’ottavo miglio della via Collatina, dove, grazie ad Agrippa [1], le varie sorgenti dell’Agro erano state prima raccolte e poi incanalate (qui Virginem bibunt laudent Agrippam).

Una leggenda dice che l’acqua Vergine, proveniente dalla località adesso detta Salone [2], prima di Lunghezza, si chiama così perché una fanciulla indicò quel luogo a dei legionari assetati [3].

Altra versione la fa derivare da "Virga" perché ritrovata dalla verga di uno di quei rabdomanti che seguivano le legioni romane.
Ma non basta, altra versione è che "vergine" farebbe riferimento a quelle condizioni di assoluta purezza che Agrippa ottenne nel portarla a Roma col suo acquedotto, lungo 21 km, dei quali 19 sotterranei.

L’acqua Vergine, che alimenta la fontana di Trevi (meno fredda della Marcia, ma priva di calcio), proviene dal “bottino” che sta nel vicolo omonimo [4].

L’acquedotto, rovinato da Vitige (536-540), re degli Ostrogoti, durante il suo assedio (537-8), sebbene riparato da Adriano I (772-795), rimase poi per secoli inutilizzato e si deteriorò  nel tempo per l’incuria, tanto che la fontana delle Treio rimase all’asciutto.

Niccolò V (Tommaso Parentucelli - 1447-1455), servendosi di Leone Battista Alberti (1404-72) "rifece e adornò la fonte di Treia ( di Trevi) secondo che si dimostrava per la lettera e armi sue in più luoghi [5]. L'acqua cadeva in un rozzo bacino da due emissari e la inscrizione sovrapposta vi rimase fino al 1625"[6].

La manutenzione fu curata da Paolo II (Pietro Barbo - 1464-1471) e più da Sisto IV (Francesco Della Rovere - 1471-1484) che, nella biblioteca vaticana, in un affresco del Melozzo da Forlì (1438-1494) è ritratto in mezzo a due cardinali ed il bibliotecario (1475) Platina (1421-1481) [7], che, inginocchiato davanti a lui, accenna a questi distici:

 “Templa, domum expositis, vicos, fora, moenia pontes
Virgineam Trivii quod repararis aquam,
Prisca licet nautis statuas dare commoda portus
Et Vaticanum cingere Sixte iugum.
Plus tamen Urbs debet. Nam quae squalore latebat
Cernitur in celebri Bibliotheca loco
”.

 Anche Innocenzo VIII (Giovanni Battista Cybo - 1484-1492) riparò la fontana e nel 1484 spese "die 4 febbraio 200 scudi resonantes fontes Trevi”.
Pio IV (Giovanni Angelo Medici - 1559-1565) se ne occupò più largamente giacché pensò anche all’acquedotto, immettendovi altre sorgenti, e trasportò, abbellendola, la mostra sul lato del palazzo Poli (Piazza dei Crociferi).
Lastricò, anzi ammattonò la piazza avanti alla fontana, tassando i cittadini "per lo mattonato innanti alla fontana di Treio" e mettendo a contributo “5 giuli"; e per "tutti cavalli et muli che carichino aqua alla fontana cinque baiocchi".

Ma alla morte del Pontefice, che insieme al suo segretario di Stato, S. Carlo Borromeo (1538-1584), era stato anche truffato da un tal Trevisi: l’acquedotto non solo non funzionava ancora, ma non presentava garanzie igieniche per le acque immesse nella corrente, da Bocca di Leone (Lazio).

Il successore Pio V (Antonio Michele Ghislieri - 1566-1572) dopo un sopralluogo a Salone (1570) diede disposizioni per ovviare a tutti gl’inconvenienti, non solo, ma ordinò che l’acqua "venisse tirata in Roma sino in sulla Piazza della Rotonda, così com'era stato principiato da Pio IV".
I lavori procedettero tanto alacremente  che, il 16 agosto di quello stesso anno 1570, l'acqua ricominciò a zampillare anche nel Treio.

Nel 1623 fu eletto papa Urbano VIII (Maffeo Barberini - 1623-1644) che, per quanto Pasquino dicesse che:
"Urbano VIII, celebre sarà fra gli altri papi, perché pascé male il gregge,  ma nutrì bene le api", pure dette a Roma opere immortali.

Servendosi del Bernini (1598-1680), ideò di trasportare la fontana del Treio nella piazza vicina (l'attuale piazza di Trevi) addossandola al palazzo Poli, ma trasformandola in una mostra sfarzosa che si sarebbe dovuta vedere dalla loggia del Quirinale.
Ma gli espropri cui dava luogo questo progetto e la mostra stessa, importavano una fortissima spesa, ed allora Pasquino scrisse:

Per ricrear coll'acqua ogni Romano,
di tasse aggravò il vino, Papa Urbano
[9].

Infatti, da Papa Gabella (così lo chiamò il popolo [8]) nel luglio del 1642, "fu messa in questo mese una gabella al vino romanesco, et se bene si trattò di metterla molto maggiore, nondimeno fu stabilito di un grosso per barile da pagarsi la metà dal venditore e la metà dal compratore et di più agli osti, che vendevano il vino al minuto più di otto quattrini la foglietta, che da otto quattrini in su dovessero pagare un grosso per ogni quartino[9bis].

E Pasquino ebbe molto da fare, e in italiano ed in latino, disse infatti:
"Urbanus pastor post mille gravamina vini Romulides pura nunc creavit aqua”.

Ma i tempi non erano brillanti per il Pontefice, che fin dall’inizio era ricorso ai ripari e, nel 1624, si legge che "si battea gran quantità di danaro in Castello" ed il Papa "aveva voluto sapere il costo di tutta quanta l’argenteria che qualsivoglia persona di Roma, possedesse da 100 scudi in su".

Per la mostra dell’Acqua Vergine da costruire, il papa dimostrò una premura eccezionale, tanto da autorizzare, benché sconsigliato dal nipote cardinale Francesco [10], il Bernini, a servirsi di marmi del sepolcro di Cecilia Metella. E di persona andava a sincerarsi dello stato dei lavori.

Si legge su un Diario:
"A dì 8 luglio 1643 papa Urbano, partì dal palazzo di S. Pietro e andò a stare a Montecavallo et passò a vedere la fontana di Trevi, che allora era stata voltata da una faccia all’altra, perché prima stava incontro alla strada che viene dal Corso, la quale strada è la chiesa et monasterio di Santo Giacomo delle Moratte. Sopra questa fontana era già l’arma  di papa Nicola V, il quale l(aveva restaurata. Ma papa Urbano fece prima gettare a terra le case che gli erano dietro et far piazza et poi voltò la mostra della fontana dalla parte destra, appresso alla fontana vecchia, et spianò la forma antica et così fece perché potesse vedersi la detta fontana dal palazzo di Montecavallo et è da sapere che l(acqua è stata alzata un poco più di quello che era prima".

Ma per il resto, i progetti, per la morte del Pontefice, nel luglio dell’anno seguente, rimasero tali e fino al XVIII secolo nessun Papa si occupò più della Mostra dell’acqua Vergine. [11]

Fu il primo Pontefice del ‘700, Clemente XI (Giovanni Francesco Albani - 1700-1721) che cercò di attuare il modificato progetto Berniniano o un altro del 1703 di Gaspare Vanvitelli (van Wittel 1647-1736).

Però le condizioni finanziarie erano tali, che i lavori procedevano a spizzico, tanto che , quando: sia Innocenzo XIII (Michelangelo Conti - 1721-1724), della famiglia Conti, proprietaria del palazzo cui era addossata la fontana, che Benedetto XIII (Pietro Francesco Orsini - 1724-1730), che aveva inutilmente incaricato lo scultore napoletano Paolo Benaglia (c.1700-1739) di proseguire l’opera, si erano occupati senza risultato della Mostra, anche Pasquino intervenne con la sua satira.
Una mattina, sotto Clemente XII (Lorenzo Corsini - 1730-1740), visto che i lavori, ripresi nel 1732, continuavano col medesimo ritmo, sulle colonne di prospetto della fontana furono trovati due cartelli.
Uno diceva: "Elemosina per la fabbrica" e l'altro: "Sito da dare a canone".

Clemente XII aveva affidato il lavoro al Romano Nicola Salvi (1697-1751), che non poté proseguire rapidamente, sempre per la mancanza di fondi.
Già in data 17 gennaio 1739 si legge "Sua beatitudine ha fatto dare 10.000 scudi[12] al Salvi architetto per proseguire la Fabbrica della Fontana di Trevi opera di molte spese e poca riuscita".

Morto Clemente XII l’anno seguente (+1740), il successore, Benedetto XIV (Prospero Lorenzo Lambertini - 1740-1758), benché secondo Pasquino, "scrisse e visse più che non bisogna" [13], pure non riuscì a vedere l’opera portata a termine, né vi riuscì il Salvi [14], premorto al Lambertini, che aveva allora affidato la direzione dei lavori, successivamente, all’architetto Paolo Benaglia ed all'architetto Pietro Bracci.

Il successore di Benedetto XIV, Clemente XIII (Carlo Rezzonico - 1758-1769) riuscì finalmente il 22 maggio 1761 ad inaugurare la Mostra ed a porvi il suggello:
Positis Signis et Anaglyphis Tabulis Jussu Clementis XIII Pont. Max. Opus Cum Omni Cultu Absolutum A. Domini MDCCLXII”, come si legge lungo il fregio che ricorre su tutte e tre le nicchie del frontone della fontana.

Come appare da un’incisione, la piazza aveva la casa all’angolo di S. Vincenzo e Anastasio [15] più bassa di un piano ed, allo scoperto, il portichetto [16] ch’è oggi intermurato.
A sinistra, una casa così bassa, che lasciava allo scoperto tutto il colle, da palazzo Barberini al Quirinale, sicché è da presumersi che anche la parte opposta non avesse alti edifici.

Prima che sorgesse il palazzo del celebre collezionista antiquario Augusto Castellani (1829-1914), anzi durante la costruzione della fontana, in una di quelle basse casette che erano da questa parte, era allocata una farmacia [17], che oggi esercita nel palazzo Castellani, realizzato nell´800, su una precedente costruzione che risale al 1552.
Una curiosità, di cui è protagonista il palazzo cinquecentesco, racconta che i clienti di quel locale, insieme al proprietario, non si trattenevano, durante i lavori di costruzione, di criticare l’opera dell’architetto Salvi e questi, seccato da tale petulanza, escluse la farmacia dalla visione della fontana, facendovi collocare davanti quell’enorme anfora che tuttora si vede ai margini della mostra.

Altra curiosità è l’uso che avevano i romani, quando ad una giovane partiva il promesso sposo, la sera prima di partire, andavano insieme a Fontana di Trevi, e dopo aver bevuto in un bicchiere nuovo l’acqua della fonte, la ragazza lo gettava a terra per infrangerlo, ed assicurarsi così del pronto  ritorno e della fedeltà dell’amato.

Anche il gettito della moneta nella vasca centrale, da parte dei forestieri, doveva assicurare a questi un favorevole ritorno e propiziarsi la ninfa Tiberina che, più potente nel passato, "aveva dato il sapore dell’acqua Vergine alle onde verdi del Danubio, affinché i Romani trovassero piacere a difendere la patria Romana sui confini della Dacia" ("Dimbovizza apa dulceCine bea nu se mai duce - adagio romeno" - Dimbovizza dalle acque dolci , chi ne beve , non se ne allontana più).

L’acqua, meno fredda della Marcia, ha fama di essere più fresca l’estate che l’inverno, fenomeno così spiegato da G. G. Belli: 

"Er callo che d’istate ciarriscalda
Dio fa che dalla terra se sollevi
E, ar tornà de l'inverno, l’ariceve
La terra ch’ha la forma d’una palla.
Ecco spiegato perché, vedi Lalla,
Che l'acqua ch’esce da Fontan de Trevi
E ogn’acqua che ce lavi e che ce bevi
D’istante è fredda, eppoi d'inverno è calla
".

_________________________

[1] )            Agrippa, dopo 13 anni della sua edilità, quando aveva portato a Roma l'acqua Giulia, console per la terza volta, inaugurò con una solenne cerimonia, il 9 giugno del 19 a.C., l'acquedotto della Vergine.

[2] )            La portata "intra urbem” dell’acqua Vergine era di 2304 quinarie, delle quali 1457 per opere pubbliche, 338 i privati, 509 ex nomine Caesaris, in totale m³ 101.662 nelle 24 ore.

[3] )            “quas secuti qui foderant, ingentem aquae modum invenerunt” (Frontino).

[4] )            Parla del "vicolo del Bottino" dietro Piazza di Spagna (Campo Marzio).

[5] )            Cioè sulla Piazza del Treio, oggi Piazza dei Crociferi

[6] )            Stefano Infessura (1435-1500).

[7] )            Il Platina fu Bartolomeo Sacchi di Piadena, bastardo della famiglia Sanseverino, abitava sul Quirinale nel "vicus Corneliorum” (ora Mazzarino) dove istituì, per la prima volta a Roma, l'Accademia Romana. Nato nel 1421, il Platina morì nel 1481.

[8] )            Che nel 1625: "il Papa Urbano, dalla barba bella, dopo il giubileo mise la gabella. E poiché il tutto si aggiungeva alle spese per l'espugnazione del ducato di Castro, Pasquino sentenziò: "Frati, preti e polli - Non sono mai satolli".

[9] )            Disse pure: "Or che la grave tassa, non ci fa bere vino - Pensa a donarci l'acqua, l'ottimo Barberino".

[9bis]          Le misure del vino a Roma: Il Barile 58,34 litri; Il Quartavolo 14,58 litri (1/4 di barile); Il Boccale 1,8 litri (1/8 di quartavolo); La Mezza 0,9 litri (1/2 di boccale); La Foglietta 0,45 litri (1/2 di Mezza); Il Quartino 0,22 litri (1/2 di foglietta).

[10] )          I 3 cardinali Barberini erano: Antonio seniore (1569-1646) fratello di Urbano e frate minore cappuccino, cardinale prete di santo Onofrio, penitenziere maggiore; Francesco (1597-1679) figlio dell’altro fratello del Pontefice, poi vescovo di Ostia e Velletri; Antonio giuniore (1607-1671) fratello del precedente, nel 1666 vescovo di Palestina.

[11] )          Da Piazza Fontana di Trevi partiva la "chiavica maestra".  Dice un editto del presidente e dei maestri delle strade, in data 14 settembre 1660 - "Si bandisce l'appalto per lo spurgo della "chiavica maestra" che ha inizio a Fontana di Trevi e termina al Tevere, alla mola di Ripetta". (Archivio Vaticano, armadio IV, tomo 74, pag.339).

[12] )          “De’ danari guadagnati nel Lotto, Sua Beatitudine ha dato 10.000 scudi per la Fontana di Trevi" (Archivio di Stato)

[13] )          Scrisse cose vere: "non esserci male in Roma, non esserci pregiudizio della Santa Sede, che non riconosca la sua origine da qualche cardinale".

[14] )          Scrive di lui Armando Schiavo: "La palma che coronò il suo genio di architetto appena trentacinquenne con la sua trionfale affermazione al concorso per la Fontana di Trevi, fu anche quello del suo martirio". "Preso da una così grande opera, declinò gli incarichi di Carlo III, del re di Sardegna e della fabbrica del Duomo di Milano, limitandosi a delle architetture di non molto impegno, le cui voci sono coperte dal fragore dell'acqua Vergine che scrosciava sul suo capolavoro".

[15] )          Vedi Via di S. Vincenzo e Anastasio (Trevi)

[16] )           Secolo XIII.

[17] )          La farmacia, fu fondata nel 1552 e serviva la Corte Pontificia durante il periodo estivo, quando il Quirinale ospitava la corte papale. Alla fine della stagione era tradizione che il Papa facesse recapitare al suo farmacista un dono. Uno dei doni fu la testa di un Liocorno che ancora si può vedere nei locali dell’attuale farmacia. Nell’800, quando fu costruito il Palazzo Castellani, la farmacia si spostò da dietro il grande vaso della fontana di Trevi, che gli impediva la vista della fontana, alla destra del portone del palazzo, quasi in angolo con via del Lavatore.

IMG_4548

Palazzi, Edicole e Chiese lungo la via:

- Piazza Trevi

Blutop